Nuovo piano ittico Regionale Piemonte

E' in fase di valutazione il nuovo Piano Ittico regionale del Piemonte, dal quale a cascata dovrebbero dipendere i Piani Ittici provinciali.

Dall'analisi della bozza, (consultabile sul sito della regione  http://www.regione.piemonte.it/caccia_pesca/pesca/dwd/bozza_pesca.pdf )  emergono parecchi dubbi sulla validità di alcuni punti espressi.

Si è ritenuto necessario, da parte delle principali associazioni di pescatori piemontesi , evidenziare alla regione le osservazioni che sotto vengono riportate.

 

Speriamo che vengano prese in considerazione.

 

Osservazioni in fase di specificazione relativamente alla procedura della VAS del Piano regionale per la tutela e la conservazione degli ambienti e della fauna acquatica e l’esercizio della pesca.

 

Le nostre osservazioni si ispirano in generale ad una più piena coerenza del PIR alla LR 37/06, al suo regolamento attuativo, al Piano di Gestione del Distretto idrografico del Po ed al Monitoraggio dell’ittiofauna e carta ittica del fiume Po.

 

La LR 37/06 prevede il PIR e ne indica finalità e le funzioni, così come per i piani ittici provinciali e per le istruzioni operative di dettaglio. Il PIR indica dei criteri generali, la giunta regionale valuta e definisce le opportune, anche politicamente ed economicamente, conseguenti istruzioni operative e le Province trasferiscono il tutto sul territorio valutandone le specifiche caratteristiche ed esigenze.

 

L’Autorità di bacino del fiume Po è un organismo misto, costituito da Stato e Regioni e quindi “luogo d'intesa unitaria e di concertazione delle scelte di pianificazione, nonché di sinergia operativa, tra tutti gli agenti istituzionali interessati alla difesa e allo sviluppo delle risorse dell'ambiente”. Tale organismo “deve provvedere a coordinare i contenuti e gli obiettivi dei Piani di Gestione all'interno del distretto idrografico di appartenenza, con particolare riferimento al programma di misure di cui all’articolo 11 Direttiva 2000/60/CE”.

La Regione Piemonte non potrebbe dunque discostarsi nella redazione di un proprio Piano ittico regionale dai criteri comunemente assunti nel Piano di Gestione del Distretto idrografico del Po ed nel Monitoraggio dell’ittiofauna e carta ittica del fiume Po per almeno quattro ragioni:

 

  1. La competenza statale in materia ambientale in quanto la tutela della flora e della fauna rappresenta un interesse fondamentale dello Stato, come di recente ribadito anche dalla Corte costituzionale con sentenza n. 272 del 22 luglio 1996 e che la competenza in tale materia spetta al Ministero dell'ambiente, come stabilito dall'articolo 5 della legge 8 luglio 1986, n. 349, istitutiva del medesimo Ministero;

  2. La partecipazione della Regione Piemonte all'Autorità di bacino che esclude due differenti posizioni in identica questione.

  3. La necessità di concertazione delle scelte di pianificazione.

  4. Il fatto che le disposizioni del Piano di bacino idrografico hanno carattere immediatamente vincolante per le amministrazioni e gli enti pubblici, nonché per i soggetti privati.

 

Infine le nostre osservazioni tengono conto della necessaria partecipazione dei soggetti portatori di interessi.

La direttiva 2000/60/CE dichiara espressamente al preambolo 14 che “il successo della presente direttiva dipende da una stretta collaborazione e da un'azione coerente a livello locale, della Comunità e degli Stati membri, oltre che dall'informazione, dalla consultazione e dalla partecipazione dell'opinione pubblica, compresi gli utenti”.

Il Piano di Gestione del Distretto idrografico del Po al punto 9,2 afferma: “Diventa quindi importante riuscire a determinare non solo la sostenibilità del Piano, ma anche comprendere gli interessi che possono essere direttamente coinvolti sia nell’attuazione delle misure sia nel subire positivamente o negativamente gli effetti.” .

E’ pur vero che anche a pag. 45 del PIR, si afferma che Il conseguimento degli obiettivi di miglioramento dello stato dell’ittiofauna piemontese previsti è, in buona parte, condizionato dalla partecipazione consapevole delle organizzazioni dei pescatori, ma non si capisce come si possa costruire questo coinvolgimento, nel momento in cui è sotto gli occhi di tutti il sempre maggiore peggioramento delle condizioni ambientali dei corsi d’acqua, con una sempre maggiore sottrazione di significativi settori di essi alla fruibilità (e non solo della pesca sportiva!).

Le previsioni del PIR potrebbero avere in sostanza l’effetto di allontanare un gran numero di pescatori dai corpi idrici regionali con ricadute negative non solo sociali ed economiche ma anche per le stesse risorse necessarie all’attuazione del PIR.

Attualmente i corsi d’acqua del reticolo regionale sono in una situazione di grave degrado per i seguenti fattori:

  1. alterazione della qualità chimico-fisica delle acque: oltre ai fattori inquinanti già presenti, si stanno aggiungendo altri fattori di degrado; citiamo soltanto gli inferenti endocrini che hanno effetti di particolare gravità sulle capacità riproduttive della fauna ittica;

  2. alterazioni morfologiche dovute soprattutto ai continui interventi di rimodellamento degli alvei, con generalizzata distruzione degli habitat (distruzione della vegetazione e dei microhabitat, alterazioni della temperatura);

  3. alterazioni idrologiche, con molti dei corsi d’acqua del reticolo regionale in continua asciutta totale o con fortissimo ridimensionamento delle portate;

  4. alterazioni biologiche, con un notevole aumento delle specie alloctone presenti.

In questa prospettiva sembra che il PIR, presentato in bozza e attualmente in fase di verifica, abbia privilegiato soprattutto quest’ultima problematica lasciando troppo sullo sfondo le altre.

Tale impressione è confermata da quanto scritto alle pag. 43-44 del documento in discussione, là dove si dice che la tutela e il recupero della biodiversità costituiscono l’obiettivo più importante della L.R. 37/06 e del PIR. Bisogna però osservare che gli obiettivi che ci si propone sono di difficile raggiungimento se presi a sé, scollegati dalle iniziative che ormai sono improrogabili per correggere le alterazioni sopra ricordate ai punti a, b e c. In mancanza di iniziative concrete, il rischio è quello di disperdere soltanto denaro pubblico per la tutela di specie che, purtroppo, non possono più trovare habitat adatti alla loro sopravvivenza.

Privilegiare le problematiche e gli interventi legati soltanto al rapporto alloctono/autoctono (con tutto l’apparato di monitoraggi estesi e ripetuti che vengono proposti) è di particolare interesse per il settore della ricerca e della consulenza ambientale, ma bisognerebbe riflettere se non sarebbe invece meglio concentrare le risorse sul miglioramento degli habitat.

Non si può poi non osservare che l’impostazione che viene delineata del problema autoctono/alloctono è piuttosto diversa rispetto a quella che gli stessi ambienti della ricerca avevano prospettato in passato (e sulla quale erano stati impostati vasti – e costosi – programmi di sostegno dei popolamenti autoctoni, in particolare dei salmonidi).

 

Date queste premesse:

 

CRITERI DI CLASSIFICAZIONE DELLE ACQUE

Il regolamento attuativo della LR 37/06 prevede la seguente classificazione:

acque interne: tutte le acque superficiali correnti o stagnanti del Piemonte;

acque principali: corpi idrici che per portata e vastità, e condizioni ittiogeniche permettono l’esercizio della pesca professionale oltre a quella dilettantistica;

acque secondarie: tutte le acque interne non principali dove è possibile esercitare la pesca con attrezzi a limitata cattura;

acque salmonicole per la pesca: le acque in cui vivono o possono vivere prevalentemente pesci appartenenti ai salmonidi;

acque ciprinicole: le acque in cui vivono o possono vivere pesci appartenenti prevalentemente ai ciprinidi (Cyprinidae) o specie come il luccio, il pesce persico e l’anguilla;

acque pubbliche in disponibilità privata: bacini artificiali situati all'interno di aree di proprietà privata recintate.

Per ogni disposizione prevista dalla LR 37/06 (ivi comprese quelle di cui agli art. 10, 11 e 17) riteniamo quindi si debba mantenere tale classificazione.

Tale assunto è invero presente anche nel PIR: “La classificazione delle tipologie ambientali sopra riportata ha valore scientifico ed è fondamentale per l’applicazione dei metodi (più avanti illustrati) di determinazione dello stato delle comunità ittiche. Ai fini gestionali ed in funzione della corretta redazione delle “norme per la gestione della fauna acquatica, degli ambienti acquatici e regolamentazione della pesca”, in attuazione del comma 3 dell’art. 9 della L.R. 37/2006, conviene ricorrere ad una classificazione “semplificata” e precisamente: (suddetto elenco con alcune discordanze).

L’assunto resta però in sostanza disatteso in quanto successivamente per i criteri gestionali ricompare una diversa classificazione (alpine, salmonicole, miste ecc.), classificazione che si dichiara necessaria a studi scientifici od a differenti disposizioni di carattere ambientale ma applicabile limitatamente ai citati fini.

Comunque anche in tale classificazione i criteri proposti ci risultano talvolta poco coerenti o di difficile lettura (per esempio la tabella 3 a pag. 13).

I parametri di temperatura indicati per le varie zone ittiche (pag. 19 e seguenti) ci paiono poi generalmente toppo bassi (per esempio, la temperatura massima estiva

 

FAUNA ITTICA AUTOCTONA, FAUNA ITTICA ALLOCTONA, AZIONI PER IL RECUPERO DELLA BIODIVERSITÀ

Su tali temi facciamo nostre gran parte delle considerazioni di cui alla Carta ittica del fiume Po 2.3 “Comunità ittica originaria vs comunità ittica potenziale” e 13. “L’impatto delle specie ittiche esotiche”.

Inoltre non si può non evidenziare che la parte riferita agli elenchi di fauna autoctona ed alloctona dovrebbe essere rivista, in quanto, secondo la Legge Pesca, su questi argomenti il PIR deve solo definire i criteri, non già gli elenchi di competenza delle Istruzioni Operative di dettaglio così come “i criteri, modalità e procedure per i ripopolamenti e le immissioni della fauna acquatica” ( punti d) ed e) del comma 7 dell’art. 10 della L.R. 37/2006).

In ogni caso, con riferimento alla definizione delle liste di specie autoctone, ai fini del ripopolamento, è necessario fare alcune puntualizzazioni:

 

  1. La disciplina dell’introduzione, della reintroduzione e del ripopolamento di specie animali rientra nell’esclusiva competenza statale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, trattandosi di regole di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema e non solo di discipline d’uso della risorsa ambientale - faunistica (Sentenza Corte Costituzionale n. 30 6 febbraio 2009) .

  2. Per quanto riguarda il concetto di “autoctonia” e di “alloctonia”, Il Ministero dell’Ambiente ha chiarito che “il DPR 357/97, così come modificato dal DPR 120/03, definisce autoctona una specie che per motivi storico-ecologici è indigena del territorio italiano. Pertanto si ritiene che possano essere considerate autoctone ai sensi del sopra citato DPR anche quelle specie che pur non essendo originarie del territorio italiano, vi siano giunte, e si siano naturalizzate, in un periodo storico antico” (Circolare del 27/10 2004 n. DPN/5D/2004/28526) (Lo stesso concetto è espresso dall’INFS, Quaderni di conservazione della Natura n. 27).

  3. Per quanto riguarda il divieto di introduzione in natura di specie alloctone, il Ministero nella medesima nota ha chiarito che “l’ambito applicativo del DPR 357, così come modificato dal DPR 120/03, è rappresentato dalla tutela degli habitat naturali elencati nell’allegato A e delle specie di fauna e flora indicate negli allegati B, D ed E al regolamento (art. 1, comma 1), su tutto il territorio nazionale…. Il divieto di introduzione in natura si estende a tutte le specie alloctone, vegetali ed animali, ad eccezione di quelle per le quali, sulla base di un’adeguata valutazione tecnico scientifica, sia stato accertato che l’introduzione in natura non comporta rischi per la conservazione delle diverse componenti ambientali tutelate dal citato DPR 357/97 e s.m.i.”

 

Quindi coerentemente proponiamo che il PIR preveda:

 

  1. criteri tecnici per interventi strutturali quali i “centri ittiogenici idonei per la produzione di materiale ittico autoctono destinato ai ripopolamenti e alla tutela della biodiversità” (LR 37/06 art. 11 comma 1 o)) anche per specie endemiche non appartenenti alla famiglia dei salmonidi, con l’indicazione che sono da privilegiare realtà già esistenti dotate di comprovata esperienza e funzionalità.

  2. indicazione di un corretto rapporto tra gli investimenti in studi e ricerche e quelli in interventi sul territorio con cui attuare “la previsione degli oneri finanziari e delle risorse connessa all’attuazione del piano” (LR 37/06 art. 11 comma 1 r)),

  3. riconsiderazione degli interventi sulle specie alloctone considerato che “eradicare completalmente una specie esotica invasiva naturalizzata è invece un obbiettivo quasi totalmente irraggiungibile” (Carta ittica del fiume Po 13. “L’impatto delle specie ittiche esotiche”),

  4. revisione della definizione della trota fario, fatto salvo che laddove venga segnalata la presenza di popolazioni ben strutturate di marmorata in buone condizioni è opportuno non consentirne l’immissione, per cui “è auspicabile un approccio quanto più moderato e razionale nella definizione d’autoctonia della specie che nel presente testo viene considerata come para-autoctona o autoctona” (Carta ittica del fiume Po 2.3 “Comunità ittica originaria vs comunità ittica potenziale”) ed anche della carpa considerato che “alcune specie ittiche, introdotte in tempi storici, sono ormai da considerarsi para-autoctone, cioè del tutto integrate con la fauna nativa all’interno dei nostri ecosistemi fluviali: è il caso per il Po della carpa e della trota fario.”(Carta ittica del fiume Po 13. “L’impatto delle specie ittiche esotiche”)*,

  5. coerentemente a quanto indicato precedentemente, ed a quanto svolto dal piano del Po, è necessario considerare tra le specie ittiche di riferimento anche la trota fario nel valutare la qualità biologica di un corso d’acqua,

  6. indicazioni alle Province per adempiere alle funzioni loro assegnate dall’art. 12 della LR 37/06,

  7. indicazioni alle Province per definire “i programmi di formazione e aggiornamento degli agenti di vigilanza e degli altri soggetti coinvolti nella gestione dell’attività piscatoria” (LR 37/06 art. 11 comma 1 p)) affinché possano essere posti in grado di vigilare sull’osservanza dell’art. 12 della LR 37/06.

  8. inserimento di un “l’apposito studio” quale quello richiesto dall’art. 12 del Decreto del Presidente della Repubblica 8 settembre 1997, n. 357 e dalle successive Circolari Ministeriali, al fine di poter introdurre nelle acque regionali trote iridee (a tal fine interessante un confronto fra i quantitativi di trote iridee attualmente immessi ed i bassissimi valori di presenze riscontrati con i campionamenti effettuati (nell’anno 2004) su 201 stazioni sul reticolo idrografico piemontese e la pressoché totale assenza di fenomeni di riproduzione spontanea. La valutazione tecnico scientifica dovrebbe essere fatta privilegiando fonti bibliografiche esistenti e le risultanze di tutte le campagne di studio e carte ittiche già svolti, alla luce della considerazione che è ormai oggetto di ripopolamento da decenni senza conseguenze negative apprezzabili sulle componenti ambientali tutelate dal DPR 357 ed in considerazione del fatto che in altre Regioni del distretto Padano tale studio è già stato svolto con esiti positivi. In pratica basterebbe confrontare i dati relativi alla trota iridea nella tabella n.8 del PIR (od analoga estratta da più recenti rilievi) con i quantitativi annui di esemplari della stessa specie di cui sia stata autorizzata l’immissione dalle Province piemontesi.

  9. discrezionalità per le Province riguardo alladefinizione dei “programmi di incremento e ripopolamento della fauna ittica” con le specie individuate come sopra indicato dal PIR. (LR 37/06 art. 11 comma 1 d)).

  10. assenza di cadenze temporali minime per eseguire altri studi, ricerche e aggiornamenti di carte ittiche (ad esempio a pag. 41 del PIR), inserendo anzi la previsione che detti studi, ricerche ed aggiornamenti siano assegnati sentito il parere dei Comitati di riferimento (Comitato Regionale o Provinciale, secondo il caso).

  11. valutazione dell’impatto sulle popolazioni ittiche della predazione da parte di uccelli ittiofagi con indicazione di efficaci criteri per il suo contenimento.

 

ZONE SPECIALI DI PESCA

Restiamo perplessi di fronte alla superficialità con cui “la gestione della pesca”, uno dei due obbiettivi di titolo del piano, sia stata trattata in un’unica pagina in particolare a fronte di un regolamento attuativo della LR 37/06 che riteniamo quantomeno inadeguato e di cui ci riserviamo di chiedere al più presto la revisione.

In particolare riguardo alle zone speciali di pesca, unico argomento preso in esame nel PIR, riteniamo di dover proporre:

 

  1. che il limite del 10% (che sembrerebbe assunto più per equità sociale che per criteri tecnico scientifici) venga eliminato lasciando alle Province la valutazione se, ad esempio, un bacino gravemente antropizzato debba essere in buona parte utilizzato per quelle zone turistiche e per attività agonistiche e promozionali che non sono consentite negli “ecosistemi acquatici di particolare interesse naturalistico” che potrebbero invece interamente interessare un altro bacino,

  2. che le zone a regolamentazione particolare siano considerate zone di protezione limitata e quindi senza limitazioni di estensione e collocazione diventando anche zone d’elezione per l’immissione di salmonidi autoctoni prodotti nei centri ittiogenici idonei di cui all’art. 11 comma 1 c) della LR 37/06,

  3. che sia lasciata alle Province l’individuazione e l’istituzione delle zone speciali di pesca definendone le modalità di gestione.

 

INDICAZIONI PER LA REDAZIONE DEI PIANI PROVINCIALI

Spettano alla GR le istruzioni operative di dettaglio che contengono le indicazioni per la redazione dei piani provinciali: onde evitare che possano in alcun caso essere prevaricate finalità e le funzioni di piani ittici provinciali e istruzioni operative di dettaglio si ritiene debbano essere eliminati tutti quei riferimenti, anche a fine esemplificativo, che esuberino dai criteri generali a cui il PIR deve attenersi.

In questo modo si andrebbe non solo a salvaguardare la discrezionalità politico-amministrativa dei governi regionali e provinciali ma anche ci si avvarrebbe delle conoscenze di chi opera sul territorio, in specifico andrebbero per noi evitati precisi riferimenti che precostituiscano in alcun modo quanto di loro spettanza.

 

*Riguardo alla trota fario si potrebbe aggiungere:

-in Italia la trota fario (Salmo trutta) è considerata autoctona (Ministero dell’Ambiente, Pesci delle acque interne d’Italia)

-nel distretto Padano-Veneto è da tempo considerata autoctona o al più di “antichissima acclimazione” (Pomini 1937, Sommani 1948 e 1950).

-sempre nel distretto Padano-Veneto, è indicata come “probabilmente indigena” (Checklist delle specie della fauna italiana, Ministero dell’Ambiente)

-nei fiumi svizzeri del versante Adriatico (bacini del Po e dell’Adige) (Largiader et al 2002 e 1995) la trota fario (di ceppo medieterraneo) è considerata autoctona

- a prova che sulla sua diffusione originale non esiste certezza il fatto che questa amministrazione regionale abbia commissionato uno studio “sull'origine della Trota Fario di ceppo mediterraneo in territorio piemontese” e il Dipartimento di Produzioni Animali, Epidemiologia ed Ecologia dell’Università degli Studi di Torino abbia accettato di effettuarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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